IL BIANCO E IL ROSSO di Emanuele Porcelluzzi

I TUNISINI IN PIAZZA PER CONDANNARE IL VILE ATTENTATO AL MUSEO DEL PARDO

26 marzo 2015 · Nessun commento

Il Pardo e’ il viaggio del popolo tunisino nel tempo. Colpire il museo significa insidiare l’economia del paese. La primavera tunisina non sfiorirà.

La ricchezza, indubbiamente, della Tunisia dopo la rivoluzione, consiste nell’acquisita reazione democratica, nell’azione sociale e politica, coniugata a una partecipazione civile, seguita al sanguinoso attentato al Museo del Bardo di Tunisi. Non è un’eresia affermare che il cruento attacco jihadista fa parte di un piano per punire l’unico paese, in cui la primavera araba resiste con tenacia. E non sorprende più di tanto che la Tunisia, durante la dittatura bendista, diviene un rifugio per giovani frustrati dalla penuria di lavoro, di futuro e di dignità. La fuga di Ben Ali da’ la stura alla partecipazione civile e a prendere la parola in pubblico e a recitare la parte del burbero ci pensa il gruppo salafita, che si prodiga in attività vandaliche ai danni dei luoghi e dei protagonisti della vita culturale e non risparmia assalti alle sedi di partiti politici e aggressioni nei confronti dei sindacalisti, dei giornalisti, delle femministe e degli artisti. Non passa inosservato che il terrorismo jihadista si è globalizzato e che la Libia confinante è diventata, quasi in automatico, la base di molti gruppi combattenti ed è pur vero che a incrementare la galassia jihadista danno una mano i problemi sociali come la disoccupazione, la precarietà e la disparità a livello regionale. Tanto è vero che il proletariato giovanile dei quartieri urbani che è stato il protagonista dell’insurrezione, è, oggi, ancora più emarginato, e. nuovamente,  espropriato di quella dignità che ha rivendicato con una rivoluzione, di cui è stato anche protagonista. Ad aggravare tale situazione è lo stesso partito islamista, appellato come moderato, che, incautamente o deliberatamente, porta acqua allo jihadismo e, poi, accade che i suoi cosiddetti moderati non disdegnano di essere vicini alla loro corrente interna filo-salafita. Tant’è che non mostrano imbarazzo quando accolgono i predicatori rigoristi, provenienti dal Marocco, dall’Algeria, dall’Egitto e dalla penisola arabica. E, da ultimo, qualche comprensione è manifestata verso i salafiti, dopo l’attacco, perpetrato nel 2014, ai danni di un’esposizione d’arte, ritenuta blasfema anche dal ministro della cultura dell’epoca.  Nel mondo salafita ovvero in quegli ambienti molto diseredati, si tenta di dare ai giovani una pur se illusoria dignità, rendendoli, almeno, protagonisti di azioni di vigilanza sui costumi; esecutori di minacce avverso i venditori di alcol, di chiusure violenti di esercizi commerciali durante il mese di Ramadan e di atti di profanazione dei mausolei. Migliaia di giovani, infine, vanno a combattere in Iraq e in Siria, per esibire la loro aggressività, per esaltare, attraverso un processo di sublimazione,  la frustrazione sociale e, nel contempo, per tentare di sfuggire alla disperazione. Questo terribile e inquietante quadro è, certamente, destinato ad aggravarsi per gli effetti della crisi economica  mondiale, per la fuga di investitori e di imprenditori stranieri, favorita dal clima di violenza, causata anche dalla crisi sociale. I governi dell’Europa del Sud e di quelli che si affacciano sul Mediterraneo sono, per una maledizione quasi atzeca, sottomessi agli ordini del Fondo monetario internazionale e di altri poteri forti, che sembrano parecchio restii ad affrontare la grande questione sociale: un problema, purtroppo, non solo dellaTunisia.
Emanuele Porcelluzzi

Categorie: Attualità · Politica

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