IL BIANCO E IL ROSSO di Emanuele Porcelluzzi

IN ITALIA, I POVERI PIÙ POVERI E I RICCHI PIÙ RICCHI PER VOLONTÀ DELLO STATO

2 gennaio 2015 · Nessun commento

Negli anni ‘80, la politica sgrava da oneri fiscali il capitale privato e frena la crescita dei salari. Il capitale privato, debitore insolvente si trasforma per magia in creditore e incassa gli interessi dallo Stato. Dal ‘92, la spesa per gli interessi è la causa dell’enorme indebitamento pubblico italiano.

 

L’idea che la diseguaglianza offra ai più ricchi, addirittura, l’opportunità di investimenti tali da promuovere la crescita di tutti, fa sorridere e, subito dopo, incavolare parecchio. Poi, si chiede di rinunciare alla giustizia sociale, perché qualche briciola di un generoso epulone potrebbe arrivare anche ai più poveri, il che è opera delle teorie liberiste a cui si ispirano tali concetti, che fanno a pugni con la razionalità e il buon senso. Accade che mentre il pubblico si impoverisce e si indebita, il privato registra un aumento notevole delle proprie ricchezze, da cui sorge l’impellente necessità delle riforme strutturali par far fronte all’ingente debito pubblico, superiore ai 2,200 miliardi di euro invece la ricchezza delle famiglie italiane supera gli 8.700 miliardi di euro. Ciò risulterebbe un fatto positivo se questa enorme ricchezza non fosse distribuita in maniera abbastanza iniqua, a causa della circostanza che il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede oltre il 40 per cento della ricchezza, convivendo con una povertà diffusa e drammatica e, nel contempo, il Paese scivola verso il declino e il crescente indebitamento e al suo capezzale accorrono economisti di fama, che non riescono a fare una diagnosi esatta, per cui l’Italia è affidata alle cure più che rigorose della tecnocrazia europea, che risultano inefficaci. Ai più è, purtroppo, sfuggito che, negli anni “80, la politica decide di favorire il capitale privato, sgravandolo da oneri fiscali, e di limitare la crescita dei salari reali. Questa sorta di  inquietante paradosso non finisce qui, perché il capitale privato, da debitore insolvente, si trasforma, quasi per magia, in creditore e costringe lo Stato a sopportare una spesa per interessi, tanto è vero che, dal 1992, costituisce l’unica causa dell’enorme indebitamento pubblico, il che ha comportato un esborso di oltre 2.100 miliardi, quasi pari all’ammontare del debito. Ne consegue che la proprietà del debito è, oggi, per il 50 per cento, congruo appannaggio di famiglie ricche, di banche e istituzioni finanziarie, per cui se da un canto si riduce la dipendenza del Belpaese da attacchi speculativi, dall’altro accresce la diseguaglianza tra chi incassa gli interessi e chi paga solo le tasse. L’evasione fiscale, circa 140 miliardi annui, alimenta un circolo vizioso, perché, oltre a essere una delle cause dell’oneroso debito pubblico, partecipa alla diseguale distribuzione del reddito, facendo si che il prelievo fiscale colpisca, soprattutto, il lavoro dipendente, su cui, nel Belpaese, grava la più alta aliquota di tassazione di tutta  l’Unione Europea. Un simile quadro illustra, senza tema di essere smentiti, che la diseguaglianza e l’iniquità del sistema contrappone settori sociali poverissimi a settori sociali ricchissimi, a cui può aggiungersi la corruzione, stimata a circa 60 miliardi annui, da cui è facile evincere che l’economia italiana non solo è fondata sull’ingiustizia ma anche sull’illegalità. L’agognata uscita dall’euro, le fughe in avanti verso presunti paradisi indipendentisti da parte di dilettanti della politica non sono le vere soluzioni per aggredire la crisi economica, perché quelle necessarie e utili, presumibilmente, restano congelate all’interno dell’assetto politico ed economico degli arcani apparati statali del Belpaese.

Emanuele Porcelluzzi

Categorie: Attualità · Cultura · Politica

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