IL BIANCO E IL ROSSO di Emanuele Porcelluzzi

PRIMO LEVI CON “SE QUESTO E’ UN UOMO” PER NON DIMENTICARE GLI ORRORI DI AUSCHWITZ

28 Gennaio 2013 · Nessun commento

Le forme più alte della testimonianza di Primo Levi intorno ai lager non è soltanto quella di ricordare e di tramandare bensì di non dimenticare il passato, talvolta per sopravvivere, e, infine, per continuare a vivere e a comprendere il presente e il futuro. L’opera  di Primo Levi, uno dei massimi scrittori del Novecento italiano, pone alla letteratura domande come quella della questione del tempo del racconto e della memoria, di quella vitale e drammatica del rapporto tra memoria vissuta e memoria narrata, tra memoria vivente e memoria scritta. Il libro, al pari di molte altre opere di testimonianza, è il risultato di uno sforzo di progettazione costante e rigoroso. Dagli undici capitoli, dedicati al lager nazista di Auschwitz , si evince che gli internati vivono fuori del tempo degli uomini, nel non-tempo della sofferenza e della memoria e che il tempo cronologico può essere dedotto dalle indicazioni meteorologiche o dalle feste contemplate nel calendario del lager, e il tempo narrativo è, in prevalenza, il presente storico. L’ultimo capitolo in cui il protagonista è schiavo, sa di essere alla fine della schiavitù e lo anticipa con la figura retorica della prolessi: “ Perché anche noi siamo rotti anche se abbiamo saputo adattarci, anche se abbiamo finalmente imparato a trovare il nostro cibo e a reggere alla fatica e al freddo, anche se ritorneremo”. Le storie del lager sono tutte diverse e colme di una tragica e sorprendente necessità e, per di più, secondo Primo Levi, sono semplici e incomprensibili come le storie di una nuova Bibbia. Levi cerca di dare una voce italiana a una faccia dell’ebraismo diffferente dalla natura dell’ebraismo occidentale. Al contrario degli ebrei dell’Ovest, gli ebrei dell’est, sottoposti alla pressione dell’antisemitismo tradizionale e feroce delle nazioni slave, conservarono sempre un’identità ebraica spiccata, una religiosità piena, una cultura separata e una lingua distinta; poi seppero far nascere, dal proprio interno, un progetto politico per la nazione ebraica ossia il sionismo, tanto è vero che, dopo il 1939, essi reagirono, anche se senza successo, con l’insurrezione a Varsavia , con l’organizzazione di bande partigiane in Russia, dando prova di una capacità di reazione e di resistenza armata, sconosciuta agli ebrei dell’Ovest. E’ anche vero che, alla metà del Novecento, l’ebraismo occidentale era ormai quasi assimilato alla società che lo circondava, senza una lingua propria e senza più forti radici religiose, e più di ogni altro l’ebraismo italiano, definito da Primo Levi: uno dei gas inerti, avendone contezza nel momento in cui entra ad Auschwitz, ove si scopre di essere un tipico esponente di un ebraismo borghese. L’opera di Levi può essere rimirata come una successione di raccolte di prose brevi, tutte fra loro caratterizzate dalla stessa voce alta e sempre inconfondibile. Narratore della forma breve, poeta schivo e parco, ebbe comunque a dire a un intervistatore che “dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz”.

Emanuele Porcelluzzi

Categorie: Attualità · Cultura · Società

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