Se l’economia globale passa da una crisi all’altra, la scienza economica ufficiale rifiuta di prendere coscienza delle radici dell’instabilità, per cui non giunge a chiamare in causa gli squilibri nella distribuzione della ricchezza, determinati dalla logica intrinseca della produzione capitalistica e dal modello di accumulazione degli ultimi decenni. Nel tentativo di frenare la caduta dei profitti, le politiche neo-liberiste hanno sancito il dirigismo sull’economia, prodotto la precarietà del lavoro, la disoccupazione, l’allungamento della giornata lavorativa, la compressione salariale e la corsa sfrenata al deterioramento dell’ambiente. Rispetto al quadro novecentesco si è in presenza di una novità storica, costituita dalla circostanza che il libero dominio del capitale regredisce alle forme di sfruttamento delle origini, allorquando viene a mancare la presenza attiva del movimento operaio. Oggi l’enorme capacità scientifica, disponibile per una diagnosi accurata dei danni prodotti dal potere capitalistico, è resa meno efficace dalla frammentazione del sapere, a causa della logica disciplinare imperante nelle Università e, soprattutto, dall’incapacità delle dirigenze politiche di prevenire esiti, a dir poco, catastrofici, a cui si associa l‘imprevidenza della privatizzazione dell‘acqua e dell‘opzione del nucleare. Strumenti oligarchici che riproducono un vero e proprio ceto politico mentre i partiti odierni serbano un sottile legame con progetti e programmi, iniettando, giorno dopo giorno, dosi massicce di cinismo nella popolazione, sempre più consapevole della separazione dei politici dalla vita quotidiana. A tutto ciò si aggiungono le politiche della paura che producono ad arte sensazioni di insicurezza per conservare un vincolo, insalubre e intimamente autoritario, fra i rappresentanti e la base sociale che li sorregge col voto. Separazione e paura che impediscono il formarsi di risposte alla crisi capitalistica e al regredire dei lavoratori. L’Italia rappresenta un caso esemplare di autolesionismo della sinistra politica e della diffusione, nelle classi subalterne, di cultura del risentimento che favoriscono l’imbarbarimento politico, come è avvenuto negli anni Venti, in cui il capitale ha mangiato la politica, trovando oggi la sua quasi perfetta incarnazione nel fenomeno berlusconiano e non solo. Si è soliti ricorrere ad invocare un pretesa mutazione antropologica degli italiani a fini di spiegare gli esiti politici dal 1994 in poi, e, in proposito, occorre ricordare che l’antropologia dell’Italia democristiana non era così tanto diversa, a cui ha fatto però da contralto un’opposizione di ben altra qualità etica e politica. Esiste, comunque, un’altra Italia, tuttora viva, come dimostrano le mille resistenze, dalla denuncia della gestione dei rifiuti in Campania ai no-tav valsusini. Le ragioni del cinismo dilagante risiedono anche nella moderazione di quel che resta dei partiti di opposizione e nella loro condotta quotidiana che risponde alle stesse dinamiche del resto dell’attuale quadro politico, e che si configurano nella distanza dai bisogni elementari della popolazione e dai contenuti troppo vicini a quelli degli avversari e dei gruppi economici dominanti.
Emanuele Porcelluzzi
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