Sembrerebbe di sì, perché i prossimi anni saranno di duri sacrifici e, certamente, di caduta del Pil, e la Ue, dal canto suo, non fa beneficenza , quando presta denaro, imponendo manovre durissime per il rientro dal debito pubblico. Ciò significa aumento della pressione fiscale, taglio della spesa pubblica, controllo dei salari e vendita (anzi svendita) dei gioielli di famiglia con selvagge privatizzazioni. Il prestito non viene fatto per munificenza, ma per impedire che i costi di un eventuale default si scarichino sul sistema bancario; in altre parole, chi presta denaro non paga pegno, che tradotto, in politichese, vuol dire che”cane non morde carne”. Se è giusto che i grandi paesi europei sono stati concordi nella difesa delle proprie banche e nella concessione di aiuti ai paesi in crisi, non è altrettanto giusto che non si è levata una sola autorevole voce per suggerire che, ai creditori un po’ avventati, bisogna chiedere di partecipare al salvataggio, accollandosi parte, anche piccola, delle perdite. Ormai è la finanza a dettare i tempi mentre l’economia reale e i lavoratori sono una sovrastruttura. In una simile situazione, più di uno si aspettava che l’euro andasse a fondo, invece la moneta comune europea sembra rafforzarsi. La spiegazione è semplice anche se ideologica per i seguenti motivi: il capitale gioisce quando si bacchetta il lavoro; quando si comprime la spesa pubblica per avvantaggiare quella privata; infine, quando si privatizza per trasferire il plusvalore al capitale privato, sempre più in difficoltà nel trovare occasioni di investimento e profitto. Il capitale è spietato e, non a caso, le borse rimbalzano quando vengono diffusi dati negativi sull’occupazione e sobbalzano quando l’occupazione cresce perché potrebbero aumentare le richieste salariali. Dei quattro paesi del Pigs, solo uno si è sottratto alla pietà internazionale, ma non è detta l’ultima parola perché la speculazione non sta mai con le mani in mano.
Emanuele Porcelluzzi
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