IL BIANCO E IL ROSSO di Emanuele Porcelluzzi

L’ORO DEI CAMPANI: L’ACQUA

12 Gennaio 2012 · Nessun commento

Caposele, piccolo comune dell’avellinese, situato nell’Alta Irpinia, è una delle capitali dell’acqua e qui sono concentrate le sorgenti del fiume Sele, che dà da bere a circa due milioni di persone, abitanti le regioni della Puglia e della Campania. Tuttavia il rapporto dei caposelesi con l’acqua ha oscillato, almeno da un secolo a questa parte, da un legame positivo fatto di lavoro e progresso al volgere le spalle all’acqua, vissuta come problema e pericolo, per giungere ora ad assumere un atteggiamento, più spostato verso il recupero della risorsa in tutti i sensi, del riappropriarsi del bene, connesso all’autonomia del territorio. E’ pur vero che il potere e ogni classe dirigente, soprattutto se rapace, non ha alcun interesse a promuovere l’autonomia delle popolazioni, anzi l’opposto ossia quello di sviluppare una dipendenza da presunti esperti, magari venuti da lontano, e da presunte e miracolistiche sorti che, ovviamente, non arrivano mai. L’acqua va però detto che è stata ritenuta un valore sacro, un valore sociale e un valore economico, secondo il periodo storico. Nell’antichità l’acqua è stata considerata una divinità per lo più associata alla salute e alla vita, per cui erano sacri i fiumi, i laghi, i mari, gli oceani, le sorgenti e le foci. Dopo l’unità d’Italia, i poteri finanziari hanno mostrato interesse per l’acqua come business, prediligendo situazioni di gestione mista, i cui costi e le perdite, sono sempre a carico dello Stato e i profitti per il capitale investito, sempre e comunque garantiti. Il riferimento è al periodo post unitario governato dalla Destra storica, e da qui si comprende che la commistione di finanza e di industria attinge a piene mani in un passato già collaudato. Solo con l’avvento della Sinistra storica si assiste a un’evoluzione in senso pubblicistico della legislazione, che permette la nascita dell’Ente Acquedotto Pugliese. Il che è causa di dissidi, che continuano ancora, tra le sorgenti a monte ovvero Caposele e i consumatori a valle, in questo caso, la Puglia. Il Comune di Caposele, nel 1888, ritenendosi a ragione proprietario delle Sorgenti Sanità del fiume Sele, dopo molte pressioni, vende le medesime con atto pubblico a un imprenditore friulano, Francesco Zampari, precursore della finanza creativa, del project financing e delle concessioni in appalto, per cui la realizzazione dell’opera di un acquedotto, in Puglia, resta nelle mani delle cordate imprenditoriali per un tempo imprecisato, durante il quale, lo Stato garantirebbe, a sua volta, la liberalizzazione dell’acqua. La Puglia, allora, protesta, ma invano e si vede soccombente nei riguardi dello Zampari, spalleggiato da Giolitti e da un pool di senatori industriali del Nord. L’ingegnere Zampari preferisce rinunciare, per ragioni economiche, alla realizzazione dell’opera, per cui risolve il contratto di acquisto col Comune di Caposele, che rientra così in possesso delle sorgenti. Ma sono già pronte altre cordate da parte delle industrie del Nord, che fanno dire, qualche anno più tardi, a Salvemini che “Giolitti ha pensato più a dare da mangiare ai padani che a dar da bere ai pugliesi”. Occorre ora il coraggio di sancire, in maniera definitiva, che l’acqua è un bene comune e, quindi, dell’umanità, per cui nel giorno, in cui questa dichiarazione non sarà più una sorta di “grida manzoniana“, si dovrà fare la conta degli amici e dei nemici dell’acqua: bene comune, universale, individuale e imprescrittibile.

Emanuele Porcelluzzi

Categorie: Attualità · Cultura · Società

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