IL BIANCO E IL ROSSO di Emanuele Porcelluzzi

DOPO L’UNITA’ D’ITALIA, I BRIGANTI DEL SUD SI RIBELLARONO AGLI OPPRESSORI PIEMOMTESI

11 febbraio 2011 · Nessun commento

Infatti il Nord sabaudo invase il Sud borbonico anche con il consenso delle elite del Sud, desiderose di approdare a un orizzonte liberale che la classe borbonica si mostrava restia a dischiudere. Del resto, il brigantaggio non fu, dopo l’unificazione, l’organica rappresentanza armata del popolo meridionale, ma rappresentò la reazione legittimista per riportare sul trono Francesco II, detto “il figlio della santa”, che avrebbe dovuto fare giustizia di vecchi e nuovi torti, il che è solo una delle motivazioni della rivolta che esplose, nel Mezzogiorno, nel dicembre del 1861. In proposito è stato sostenuto che il brigantaggio non nasce da una brutale tendenza al delitto ma da una vera e propria disperazione ed è la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie.
Tanto è vero che, agli occhi dei contadini, il brigante diviene un essere fantastico, un simbolo delle loro aspirazioni frustrate, il vendicatore dei torti da loro subiti, per cui non è più l’assassino, il ladro, l’uomo del saccheggio e della rapina, ma piuttosto colui che ha la forza sufficiente per ottenere per sé e per gli altri quella giustizia che la legge non riesce a dare. Poi la fine del regno delle Due Sicilie aveva rappresentato anche quella della elementare economia di sussistenza che consentiva anche ai più diseredati di sopravvivere tant’è che i poveri si erano ritrovati più poveri con i liberatori che avevano cominciato con l’imporre tasse e il servizio militare obbligatorio: queste novità si intrecciavano con vecchi motivi di scontento, a cominciare dalla questione demaniale e dall’aspirazione alla terra sempre promessa mentre il doppio gioco di una parte notevole della nobiltà e della borghesia assicurava appoggi ma alimentava solo illusioni. Non era mancata, da parte sabauda, la brutale repressione, con villaggi e paesi incendiati, la legge marziale, le esecuzioni sommarie, esasperando gli ex militari borbonici sbandati, i ragazzi renitenti alla leva che si erano dati alla macchia e, infine, i contadini e i pastori che reagivano ai soprusi e alle mortificazioni.
Dal 1° maggio 1861 al 28 febbraio 1863, sarebbero stati fucilati 1.038 briganti, ne sarebbero caduti in combattimento 2.413 ed arrestati 2.768 mentre 932 si sarebbero consegnati ai militari piemontesi. I briganti sono, quindi, definiti come coloro che si oppongono a forze regolari che, violando le più elementari norme di diritto internazionale, muovono alla conquista di un Regno senza che la loro azione militare sia stata preceduta da una formale dichiarazione di guerra, perché anche i paria e i diseredati si ribellano al sistema che non riconosceva le loro aspirazioni e le loro rivendicazioni sociali. Certo c’è qualcosa che non ci rende estranei questi contadini e pastori ribelli, passati dalla rassegnazione di sempre al ruolo di soldati di ventura in ritardo di secoli, inseguendo una remota speranza contro ogni speranza, per cui sono assolutamente improponibili i confronti con i criminali di oggi, più o meno organizzati. Allora fu guerra civile quella combattuta tra i piemontesi e gli uomini del Sud nel primo decennio dopo l’Unità d’Italia oppure il brigantaggio che come fenomeno complesso giunse fino ad investire la stessa identità italiana e l’esperienza dello Stato unitario? Interrogativi ai quali, a distanza di 150 anni dall’Unità d’Italia, non è ancora possibile rispondere con un sì o con un no.

Emanuele Porcelluzzi

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