Oggi tutti danno gli operai per morti e sepolti, ma la sfida, negli anni ‘60, ’70 e ’80, in Europa, tra gli operai e i padroni è stata autentica, tant’è che ha messo paura a quest’ultimi che hanno replicato con la riorganizzazione brutale della proprietà e della tecnologia. Si è, per un poco, parlato di un caso italiano, ma è stato presto risucchiato dal concetto magmatico di localizzazione, dove tutti i gatti sono bigi e la classe operaia è un fantasma. La prima percezione che ne viene è la complessità della fenomenologia operaia: Torino, Milano, Venezia e dintorni hanno avuto proletariati di origine diversa ovvero figli di operai da due generazioni, figli di artigiani, figli di coltivatori diretti o braccianti, figli di mezzadri; per parlare, poi, degli immigrati che, dal mezzogiorno, penetrano nel nord e ne diventano parte integrante, e a seguire la sfida operaia, al nord, nel primo dopoguerra; e per finire a quella, seguita al boom, dopo la ristrutturazione postbellica, che ha segnato la politica del paese ben oltre il terreno delle fabbriche in cui si è svolta. Si poteva conservare l’essenziale delle conquiste salariali? Allora, chi è responsabile della disfatta e della cancellazione della cultura del proletariato industriale? Colpa dell’estremismo delle rivendicazioni operaie così rispondono a caldo partiti e sindacati, prima di consegnarsi alla supremazia del capitale produttivo propria della cultura liberista. Colpa del cedimento dei partiti e dei sindacati è la risposta degli operai allora in lotta e oggi dispersi. Ma qualcuno si chiede se l’attuale crisi della politica e il trionfo di un’ ineguaglianza sociale, che non ha paragoni nella modernità, non abbiano, per caso, le radici in quella sfida perduta. Mentre i salariati scoprono, ogni volta, qualcosa di più intollerabile nella loro condizione, dalla immediata percezione di essere pagati poco per la fatica fisica e mentale nonché coscienti di essere inseriti non in un vero contratto ma in un meccanismo di sfruttamento. Il che apre una domanda dopo l’altra: quale sarebbe invece un salario giusto? Perché giusto rispetto al bene da produrre o dell’impresa o della proprietà o al bene proprio? Su che si misurano questi beni? O non sono che l’esito di rapporti di forza di una serie di relazioni fra capitale e lavoro, che disumanizzano i salariati con una finzione di contratto da strappare? La mobilitazione cresce, nel’68, tra gli studenti, e,nel ’69, soprattutto, fra gli operai. L’incontro tra loro ha luogo ma durerà poco. Si tenta di superare le difficoltà con un doppio salto mortale: che il lavoro umano come accesso alla distribuzione della ricchezza sociale vada abolito; che gli uomini e le donne, in quanto tali, devono aver diritto a un assegno di cittadinanza o di esistenza, finanziato con la spesa per l’attuale sistema di welfare, raccolta dalla fiscalità generale.
Emanuele Porcelluzzi
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