La “giornata senza stranieri” del primo marzo scorso ha avuto il merito di porre all’attenzione di molti cittadini una questione sulla quale da anni ricercatori ed esperti forniscono dati e testimonianze intorno alla presenza numerosa di migranti in Italia, rivelatasi utile per la sopravvivenza del nostro sistema economico e del welfare state. Un’utilità negata da buona parte della classe politica, che ha costruito il proprio consenso sull’aprioristica chiusura delle frontiere e sull’ostilità nei confronti di chi giunge in Italia da altri paesi alla ricerca di un lavoro. Il discorso pubblico sugli immigrati ha raggiunto, nel corso dell’ultimo anno, l’apice della contraddizione perchè se da una parte le forze di governo hanno mostrato i muscoli e costruito la figura retorica della sicurezza sul tema dei respingimenti dei clandestini (tra l’altro i più deboli, dal punto di vista dei diritti, eppure minacciosi per l’opinione comune), dall’altra hanno varato la prima specifica sanatoria per le badanti: la fascia di lavoratrici straniere considerata più rassicurante e, soprattutto, più utile alle famiglie italiane. La tensione tra il fabbisogno di manodopera immigrata e la resistenza sociale e politica ad ammetterlo individua, nel concetto di importazione riluttante del lavoro immigrato, una delle caratteristiche fondamentali del modello mediterraneo, e specificamente italiano, di immigrazione, per cui si accolgono le braccia di persone che rimangono ancora da riconoscere. Indi lo stato di irregolarità diviene dunque un passaggio quasi obbligato nella carriera di ogni migrante, così come l’integrazione subalterna in nicchie lavorative caratterizzate da alti livelli di lavoro nero, poco retribuito, pericoloso perchè privo di sicurezza, pesante, precario, che gli italiani non vogliono più fare. Mentre la grande maggioranza dei lavoratori immigrati subordinati trova uno spazio nel settore dei servizi nelle nostre città, nell’industria diffusa del nord-est o nell’agricoltura stagionale del Mezzogiorno, un numero crescente di migranti sceglie la via del lavoro indipendente, mettendo in gioco il proprio capitale umano, sociale ed economico per intraprendere un’attività. Tanto è vero che il fenomeno degli imprenditori immigrati è forse la novità più importante emersa a livello mondiale, negli ultimi ven’anni, nel campo dei rapporti tra immigrazione e sistemi economici riceventi, e, in Italia, i lavoratori indipendenti immigrati sono oltre trecentomila, concentrati soprattutto nelle regioni del centro-nord. Dal Nord al Sud della penisola, i lavoratori immigrati guadagnano, in media, un terzo in meno dei colleghi italiani; producono circa il 10 per cento del Pil nazionale; pagano tasse per quasi sei miliardi di euro; fruiscono di servizi per soli 700 milioni di euro; producono quote rilevanti di “made in Italy” nelle grandi e piccole induatrie, consentendo di mantenere in Italia produzioni che, senza di loro, sarebbero destinate a scomparire o a essere delocalizzate all’estero. Oltre alle storie di ordinario sfruttamento, si aprono anche interessanti finestre su esempi piccoli e grandi di successi professionali ed economici raggiunti dai lavoratori immigrati, come quello ascrivibile a dei giovani africani che, pur svolgendo una professione umile come il differenziatore di rifiuti, la nobilitano con la dedizione e che fa dire, con sincero orgoglio, da chi li ha assunti e formati:”Oggi, con la crisi, è troppo comodo dire, come fa qualcuno, mandiamo a casa loro e riprendiamoci il lavoro, perchè il lavoro c’era anche prima e non interessava nessuno”. La forte testimonianza di Ivan Boracchia, comandante dei carabinieri di Gioia Tauro:”La comunità africana ha dimostrato un senso dello Stato maggiore rispetto a quello degli stessi rosarnesi. Hanno saputo alzare la testa”. Gli immigrati, comunque, hanno tentato di risvegliare la coscienza di un’Italia impaurita dalla crisi e dalle mafie.
Emanuele Porcelluzzi

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