Le idee federaliste, durante il Risorgimento, misero in disparte la prospettiva dell’unità nazionale per il fatto che prevaleva il progetto di una confederazione degli stati regionali, presieduta dal Pontefice romano, secondo Vincenzo Gioberti, o dallo Stato piemontese, secondo Cesare Balbo. L’obiettivo dell’unità era nettamente subordinato a quelli della libertà e dell’indipendenza, tant’è che Carlo Cattaneo confutava con frasi sprezzanti il sistema delle vecchie repubblichette, che, secondo la sua opinione, andavano sciolte e sostituite da nuove aggregazioni politiche fondate sulle autonomie dei Comuni, il vero motore della storia civile italiana, confederate, secondo il modello americano, negli Stati Uniti d’Italia. Col tempo, la logica dei rapporti di forza, grazie alla grande regia di Cavour, favorì l’egemonia del piccolo Piemonte, che riuscì ad imporsi anche a gran parte dell’opinione e dell’azione repubblicana, nel compimento dello stato unitario centralizzato. Mentre trionfava il principio dello Sato unitario emergeva, contestualmente, sempre più drammatico il rapporto tra il Nord e il Sud del Paese, che, durante la sciagurata guerra del brigantaggio, aveva sancito la netta subordinazione del secondo rispetto al primo. Antonio Gramsci indicò, nell’alleanza tra gli operai del Nord e i contadini del Sud, la soluzione del dramma meridionale. Gaetano Salvemini, pur persuaso dell’importanza decisiva del movimento contadino, sviluppò anche l’idea dell’autonomia politica del Mezzogiorno. Si trattava di dare al Sud una costituzione federale entro un quadro federale italiano. In buona sostanza, il federalismo di Salvemini era considerato l’unica via per la soluzione del problema meridionale ed era anche allora presente l’obiezione che l’autonomismo potesse porre in pericolo l’unità del Paese. Ma la minaccia che si profila oggi all’unità del paese dipende certamente dalla carenza di un intervento economico organico e potente nella realtà meridionale, tale da realizzare una condizione di efficienza competitiva, coniugata con quella di uno sviluppo civile, paragonabili a quelle esistenti nel Nord. Nei primi decenni post-bellici, la Repubblica di nuovo conio, si dimostrò all’altezza di questa sfida, tanto è vero che la Cassa del Mezzogiorno realizzò, nel Sud, una rete di grandi infrastrutture che ne ruppero l’isolamento, costituendo, in tal modo, le condizioni di base per la crescita di attività produttive. Sorsero anche, mercè l’iniziativa delle imprese a partecipazione statale, grandi impianti sulla cui capacità propulsiva si confidava ai fini di promuovere una rete diffusa di imprese produttive, e, purtroppo, questo non accadde. Bisogna dire che, a tutt’oggi, non c’è un’idea chiara sulle ragioni di questo fallimento, per cui si opina che almeno una parte della risposta risieda nel passaggio che, con la creazione delle Regioni, è avvenuto dalle responsabilità tecnocratiche a quelle politiche, senz’altro necessario ma che avrebbe dovuto svolgersi a un alto livello, perchè quello che poteva essere assicurato da una guida politica unitaria della realtà meridionale, investita da una larga autonomia politica, secondo le ispirazioni dei grandi meridionalisti, costituiva la condizione essenziale per la nascita di una classe politica, capace di una visione integrale e comprensiva della realtà meridionale nonchè munita di quel distacco nella scelta e nell’amministrazione dei progetti e scevra dalle tentazioni degli interessi personali e locali. Le cospicue risorse finanziarie affidate alla gestione politica regionalizzata sono state, in parte, disperse secondo logiche clientelari, determinando la reazione del Nord, un aumento generale dell’insoddisfazione poltica e un potenziale secessionismo, la cui minaccia non è ipotetica, ma è presente e reale, per cui bisogna fronteggiarla. Se non si vuole ingannare la gente con un federalismo fasullo, il federalismo fiscale deve ridurre il flusso delle risorse diretto al Sud; poi, per fronteggiare la reazione delle regioni penalizzate occorre indennizzarle con una riduzione delle tasse, il che significa aumentare il debito pubblico, che graverebbe sull’economia nel suo insieme e proporzionalmente sulla parte più ricca ossia il Nord. Non appare essere unabuona soluzione. Poi se il federalismo fiscale dovesse rivelarsi oneroso, specialmente nelle attuali condizioni, finirebbe per risultare insostenibile , per cui un rinvio potrebbe consentire la stipula, in tempi meno cupi, di un patto, tra il Nord e il Sud, nel quale le due grandi parti del Paese potrebbero trovare, finalmente, le ragioni della loro unità.
Emanuele Porcelluzzi
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