A quasi due anni dalla sua esplosione, la crisi è tutt’altro che risolta anzi conferma la sua natura strutturale e non puramente finanziaria. Le cause della crisi hanno natura reale e affondano le radici, in misura rilevante, nei nuovi equilibri distribuitivi, affermatisi a partire dagli anni ‘80, quando le dinamiche retributive sul mercato del lavoro e il nuovo corso delle politiche economiche e sociali hanno ridotto, in guisa significativa, i salari reali e la partecipazione del lavoratori al PIL. Poi la continua crescita della capacità d’offerta del sistema produttivo non è stata più accompagnata da un’ adeguata evoluzione della domanda, alimentata dai redditi di lavoro e dalla spesa sociale, come era avvenuto nei tre decenni successivi al dopoguerra ossia all’età dell’oro. Il nuovo finanziamento della domanda generato dall’intreccio tra la finanziarizzazione dell’economia, le bolle speculative e la diffusione del credito al consumo, oltre che socialmente iniquo, è risultato anche molto fragile, come è stato dimostrato prima dalle numerose crisi parziali e poi da quella globale. La visione neoliberista ha favorito la crisi indebolendo il ruolo economico delle istituzioni e la loro capacità di compensare l’instabilità dei mercati. Mentre i bilanci delle imprese, delle banche e delle famiglie erano stimolati all’indebitamento, per i bilanci pubblici si affermava il rigore, e, poi, le istituzioni finanziarie che alimentavano il debito privato (lucrandoci con speculazioni disinvolte a danno dei loro clienti), criticavano i disavanzi pubblici con conseguenze concrete e rilevanti per le politiche economiche e gli equilibri sociali. Dunque, in modo schematico: il salvataggio dei bilanci privati è stato ottenuto trasferendone i disavanzi sui bilanci pubblici; poi, le banche private hanno utilizzato la liquidità ricevuta per finanziare non tanto la ripresa produttiva quanto le attività speculative tanto è vero che, nel 2009, i profitti delle banche sono fortemente migliorati anche grazie alla ripresa delle operazioni sui derivati , il cui ammontare, nei loro bilanci, ha superato il livello, esistente prima della crisi. Contemporaneamente viene propugnato con vigore il risanamento dei bilanci pubblici, obiettivo che sarà perseguito riducendo le pensioni e i salari nonchè emanando forse nuovi condoni, finendo così col premiare gli evasori fiscali e gli autori di abusi edilizi. Oltre alla sua evidente iniquità, questa combinazione opportunistica di rapporti asimmetrici tra bilanci pubblici e privati è controproducente, perchè la logica che continua a riaffermarsi è quella dei profitti finanziari a discapito di una ripresa del settore reale dell’economia e dell’alimentazione di una domamda più stabile, consistente e legata ai bisogni reali delle imprese, dei lavoratori e, in generale, delle popolazioni. La crisi, dunque, anzichè rimuovere le circostanze che l’hanno provocata, le sta riproponendo, salvaguardando gli interessi di chi le ha generate e continuando a penalizzare chi le ha subite.
Emanuele Porcelluzzi
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