Tre diversi modelli interpretativi, schematicamente riconducibili alle opere di Giuseppe Recuperati, di Adolfo Scotto e di Nicola D’Amico, possono rappresentare, in maniera esauriente, le tendenze della storiografia sulla scuola italiana. Il primo ha l’andamento rigoroso del classico, tant’è che la storia della scuola italiana del secondo dopoguerra si snoda con i riferimenti giusti, le vicende significative, i dati statistici opportuni e sobri. La prospettiva è quella di una istituzione legata, in qualche modo, con le richieste che emergono dalla società e dal mondo del lavoro secondo una logica di cui non è tuttavia sempre convincente la razionalità consequenziale. Un esempio per tutti: l’indagine Svimez (1961) metteva in rilievo la necessità, pena l’arresto catastrofico dello sviluppo economico di avere almeno un milione e duecentomila laureati e tecnici superiori entro il 1975, di fronte agli appena cinquecentomila esistenti. Il mercato negli anni successivi non ne ebbe bisogno, pur conoscendo un tasso di sviluppo sostenuto, ma la scuola continuò a buttarne fuori in numero decisamente eccedente.L’indagine Svimez aveva calcolato un tasso di sviluppo superiore a quello effettivamente realizzato ma l’errore non fu solo previsionale perchè dipese piuttosto dal compiacimento di elaborare modelli cercando poi di adeguare la realtà alle previsioni. Ma sorprendono e non mancano le disinvolte aperture e sortite verso le scuole private nonchè quelle di qualche isolato tessitore del riformismo scolastico. Nel secondo è visibile lo schema della contrapposizione di classe dove l’esclusione funziona come selezione della classe dirigente e l’inclusione è il corrispettivo della scuola di massa o popolare. Nel terzo si fa largo la visione burocratica, implicante una concezione non banale che, forse, potrebbe essere sconvolgente, per cui l’istituzione scuola si evolverebbe secondo una logica interna, in fondo neppure logica, facendo però un criptico riferimento a grandi sistemi che la struttura burocratica controllerebbe, guidata da un senso comune approssimativo, condiviso da un’opinione pubblica sostanzialmente ignorante della complessità dei problemi. Le ragioni della burocrazia si sarebbero, in qualche modo, sostituite al lucido dirigismo delle scelte di organi squisitamente politici o agendo in complice e silenziosa delega del potere politico o forse senza rendersene conto. Si pensi alle tre “I” della scuola, targata Moratti, in cui l’idea di apparire in sintonia con una società avida di Inglese, Informatica e Impresa è stata lasciata cadere senza motivazioni e rimpianti: slogan passato di moda tra i burocrati del ministero che, come i pubblicitari, modificano le proposte in relazione all’attenzione che a essi riesce a prestare un mercato velocissimo nel dar fiducia al prodotto e ancor più veloce nel passare ad altro. Sembra che trasfomazioni, anche incisive, siano il prodotto di rarefatte interpretazioni e/o interpolazioni linguistiche, frutto di oculato lavorio della struttura burocratica intorno alle circolari ministeriali: problema inquietante, sostenuto dalla constatazione che ci sono funzionari dotati di notevole anzi notevolissima abilità. Non si tratta ovviamente solo di permanenza delle strutture burocratiche, ma della loro possibilità e capacità di far politica, tanto è vero che basta loro stabilire una certa coerenza tra ideologia espressa dal mondo politico (ministro e governo) e burocrazia, tesi pur ovvia che tuttavia presenta delle crepe se non altro perchè la burocrazia tende a conservare se stessa anche nel cambiamento di regime politico.
Emanuele Porcelluzzi
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