Due sono le opposte modalità di vivere da stranieri, in un paese diverso dal proprio, l’una in condizioni di signoria, l’altra in situazioni marginali o di semischiavitù. Si può affermare che essere stranieri è diventata una condizione del tutto normale in ogni parte del mondo, non solo negli Stati uniti dove nessuno può essere straniero perchè tutti sono stranieri oppure nelle capitali europee, ma anche in paesi come la Corea del Sud, in cui quasi la metà della popolazione dichiara di non aver mai parlato con uno straniero mentre il numero degli stranieri residenti è raddoppiato negli ultimi anni. Alla condizione rappresentata dalla figura dell’artista cosmopolita e oggi estesa a una elite globale più vasta e composita, si contrappongono i nuovi schiavi, non solo quelli di Rosarno , di tutte le periferie a partire da quelle metropolitane e della economia del mondo, luoghi destinati dal capitalismo alla produzione e riproduzione di una gerarchia sociale incardinata sulla doppia discriminazione di classe e di razza, che esplode saltuariamente ma puntualmente in forme violente e non presentabili secondo i parametri classici del conflitto. Sui fatti di Rosarno, sulla miscela esplosiva di schiavitù, razzismo e criminalità organizzata che ha innescato la miccia della rivolta, della caccia al “negro” e della pulizia di Stato, ci si è interrogati se questo è il vero prezzo da pagare per un soggiorno clandestino in Europa per cui gli africani farebbero meglio a desistere, sottolinenando l’inerzia delle istituzioni italiane nel prevenire la solerzia dei responsabili nel dare la colpa alla tolleranza dell’immigrazione clandestina invece che a quella dell’illegalità diffusa. Tuttavia i due fenomeni, quello della scelta di espatriare e quello della costrizione a emigrare, per quanto apparentemente opposti sarebbero da considerare più unitariamente, non per l’ovvia ragione che entrambi si collocano nel quadro degli sconfinamenti del mondo globale, nè solo perchè a ben guardare nel primo filtrano elementi e sentimenti, quali il senso di perdita della lingua madre e la nostalgia dell’origine, che si è abituati ad attribuire al secondo, e viceversa nel secondo sono riconoscibili, a fianco della costrizione, spinte di libertà analoghe a quelle che muovono il primo. Sia i troppo poveri, costretti a vivere da stranieri in terra altrui come immigrati, precari ed esclusi, sia i troppo ricchi che scelgono di farlo come intellettuali, proprietari e quadri del capitalismo multinazionale, collocandosi, di fatto, oltre lo statuto della cittadinanza nazionale: i primi perchè ne vengono tenuti fuori; i secondi perchè non hanno interesse ad accettarne i vincoli a partire da quello fiscale. La carenza di rappresentanza politica si espone alla potenza di una rappresentazione mediatica che ha buon gioco a tralasciare i troppo ricchi e a ingabbiare i troppo poveri nella figura di nuovi paria, di corpo estraneo alla comunità, dello straniero pericoloso e minaccioso, del negro virtualmente criminale, lasciato nell’invisibilità e portato a visibilità solo quando si ribella violentemente, prestandosi così alla spettacolarizzazione. A Rosarno come nelle banlieu francesi: spettacolare è l’insorgenza violenta , soggetta alla criminalizzazione del discorso mediatico, e anche capace, alla stregua di tutti fenomeni mediatici, di incarnare il fantasma di una minaccia che l’ordine politico costruisce con la violenza dell’esclusione e della disgregazione. Ogni anno l’Istat conferma che il numero di immigrati regolari aumenta, ormai se ne contano circa 4 milioni, e secondo le stime più affidabili quello degli irregolari continua ad attestarsi attorno al 15 per cento circa dei primi ossia 600-650 mila, nonostante che, da circa 25 anni, gli xenofobi italiani ed europei sbraitano incitando alla guerra contro l’immigrazione.
Emanuele Porcelluzzi
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