Goffredo Mameli ritorna, con il Canto degli Italiani che sarebbe Fratelli d’Italia, ad essere al centro dell’attualità per la ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, dopo essere risorto ad opera del Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi, che impose ai calciatori e alle ginnaste di cantarlo nelle cerimonie sportive. Gli scritti di Mameli non sono molti perchè lui muore, molto giovane, a 22 anni, il 6 luglio 1849, tre giorni dopo la caduta della Repubblica Romana per la quale combattè. I testi raccolti sono due discorsi, una lettera e una serie di articoli pubblicati in vari giornali, il primo dei quali è del 30 agosto 1848, mentre l’ultimo è del 24 marzo 1849. Le pagine politiche di Mameli sembrano incentratate su due componenti: da un lato c’è la discussione appassionata delle questioni politiche del giorno come la guerra, l’armistizio, la costituente e la possibile ripresa della guerra; dall’altro c’è l’evocazione di panorami simbolici ad altissima temperatura emotiva, fatti apposta per incitare all’azione. La sua produzione poetica rivela un Goffredo Mameli non poeta per hobby, perchè per lui la poesia è parte della nuova estetica della politica lanciata dal Romanticismo, considerandola uno strumento comunicativo nel quale, confondendo amore romantico e amore patriottico, passioni sentimentali e passioni politiche, cerca di far passare con più efficacia il suo messaggio politico. Non è l’unico a fare operazioni del genere. Tant’è che Mazzini, con l’acume che lo contraddistingue, lo osserva puntualmente nel necrologio dedicato a Mameli e lo avvicina a Theodor Koerner, capostipite dei poeti-patrioti, morto, il 26 agosto 1813, nella guerra della nazione tedesca contro Napoleone, e dedicatario di “Marzo 1821″ di Alessandro Manzoni. Non sono paragoni inutili. Mazzini e Manzoni, con tutta la loro diversità, dicono la medesima cosa: l’emozione poetica è al servizio della passione patriottica; forse sono la stessa cosa; e sono sentimenti di cui la generazione romantica sente di non poter fare a meno se vuole chiamare gli italiani a ribellarsi contro l’Austria, i croati, gli stranieri e i tiranni. Il Risorgimento era certo amore per la libertà, in declinazione liberal-moderata o repubblicano-democratica; ma era anche concezione etno-culturale della nazione, culto del sangue e del martirio, bellicismo virilista ed esaltazione del senso dell’onore. Oscurare un aspetto a favore dell’altro non aiuta a capire appieno la densa antropologia politica che caratterizza l’esperienza risorgimentale.
Emanuele Porcelluzzi
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