E’ l’incompiuto romanzo, al quale Pier Paolo Pasolini lavorò tra il 1972 e il 1975, pubblicato nell’autunno del 1992, a quindici anni esatti dalla morte dell’autore. Delle duemila pagine previste dallo scrittore ne sono rimaste 547 e, tra queste pagine, non c’è traccia del citato appunto “lampi sull’Eni”, e nè se ne trovano fra le carte conservate nell’archivio del Gabinetto Visseux di Firenze. La lettura a chiave, partendo dal postumo “Petrolio”, individua nel suo autore non più la vittima designata dal clima di indifferenza consumistica e dal contrappunto di impregnazione di sospetti, odio e potere, ma l’oggetto attenzionato, come vuole il gergo poliziesco, di dinamiche di odio-potere del tutto particolari e sordide, legate alle sue indagini e alle sue rivelazioni sui casi del petrolio italiano elevato a metafora melmosa e sulle vicende di un’altra morte, quella di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, avvenuta, nel 1962, in circostanze mai chiarite, per l’esplosione del velivolo su cui viaggiava, e del nascente sistema di un contropotere. Troppe le implicazioni, storiche e politiche, tirate in ballo dalla morte e dall’opera di Pasolini. Troppe e troppo serie, per non prendere in considerazione anche queste ipotesi, ma con il doveroso beneficio d’inventario, e, soprattutto, senza innamorarsi di coincidenze che appaiono a tal punto significative da correre il rischio di non coincidere, di non significare più nulla e risultare semplicemente ridicole. “Petrolio”, invero, è ricco di profezie che, tolte dal loro contesto possono dare adito a mille supposizioni e altrettante coincidenze, e, tanto più è rischiosa la prassi di questa operazione per il fatto che l’opera letteraria è incompleta. Il romanzo di Pasolini si presenta come un grande e fermentante laboratorio, improvvisamente abbandonato dal ricercatore e inaspettatamente aperto al lettore, il quale si trova così a dover scegliere in un vasta gamma di disparati motivi. Tra questi, una presenza determinante hanno gli uomini e i riti del “Palazzo”, investiti da una polemica in chiave realistica e anche grottesca; e, ancora, l’omologazione dello “Sviluppo”, ritratto come degradazione sociale e culturale, intolleranza razzista, distruzione di valori “religiosi e di paesaggi popolari. Di tutto questo diventa emblema il petrolio. La Procura della Repubblica di Roma ha riaperto, nel 2009, l’inchiesta sulla morte violenta di Pasolini, partendo dalle conclusioni di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizzi, autori del “Profondo Nero”, in cui si ipotizza un nesso tra la tragica morte di Enrico Mattei, quella di Pier Paolo Pasolini, un intellettuale di denuncia che oggi va per la maggiore, e la misteriosa scomparsa del giornalista siciliano Tullio De Mauro.
Emanuele Porcelluzzi
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