IL BIANCO E IL ROSSO di Emanuele Porcelluzzi

SAVERIO STRATI, SCRITTORE NEOREALISTA QUASI PER CASO

30 Aprile 2010 · Nessun commento

La letteratura, dal “1945 al “1955, scende a rifornirsi di quella realtà che era stata emarginata o trascurata dalla cultura alta e dalla lingua preziosa. La crisi del neorealismo cominciò prima del “1956, anche se continuarono a uscire dei buoni romanzi o racconti. Tanto è vero che, nel “1956, esordì come narratore Saverio Strati, figlio di contadini calabresi, autodidatta e laureatosi all’Università di Messina, con un volume di racconti “La Marchesina”e si affermò col romanzo “Tibi e Tascia”, forse l’opera che illustra con più magia la sua irresistibile vocazione al narrare. Le sue caratteristiche di scrittore erano negli anni Cinquanta tanto all’altezza dei tempi che non pareva casuale la loro singolare corrispondenza con la poetica del più acclamato movimento artistico del dopoguerra. Il suo modo di scrivere era quasi per diritto di nascita uno stile da narrativa neorealista. Strati è davvero, fra i narratori lirici del neorealismo, uno dei più febbrili, anche nelle impurità della sua prosa naturale, e quello che è più capace di stupire. E’ il narratore meridionale che ha raccontato l’emigrazione con motivazioni  sottili e puntuali, anche quando la fa interpretare a un ragazzino. Tibi, il protagonista di ” Tibi e Tascia”, parte per inseguire un sogno di gloria letteraria, per sfuggire alla miseria, per scrivere dei libri in cui denunciare la degradante povertà della sua gente, ma prima di tutto per diventare qualcuno, e la forza quasi ossessiva della sua ambizione non gli consente di distinguere moralmente gli strumenti del suo successo. Scrittore senza profezia perchè ha bisogno che i fatti si verifichino, meglio ancora se in Calabria. La narrativa di Strati valorizza il furore sino al punto di considerarlo un elemento insostituibile del dialogo politico e sociale. C’è la tradizione del ribelle incendiario e del brigante, come in “Noi lazzaroni”, ma c’è anche la maturazione, magari non del tutto consapevole, di un comportamento esaltato alla fine degli anni Sessanta come alternativa al sistema: cioè quei “fatti di Reggio” che furono approvati inizialmente dagli opposti estremismi. Il protagonista di “Tibi e Tascia”, che scappa dal paese calabrese verso la gloria letteraria, è in concreto lo stesso personaggio che in “Noi lazzaroni”, vent’anni dopo, torna e riparte con la consapevolezza di spostarsi in un mondo che, malgrado le enormi e sostanziali differenze, di fatto determina destini di analoghi soprusi e umiliazioni. Le identità strutturali scattano ogni qualvolta l’emigrante racconta la propria vicenda di ribelle progressivamente frustrato da vittorie troppe precarie e da sconfitte ben più durature. L’umiliazione patita sotto baroni o padroni meridionali richiama alla memoria quella sofferta sotto datori di lavoro svizzeri, dotati di più paternalistici strumenti per far pagare cara l’ospitalità, anche se dagli emigrati dipendono ormai la ricchezza e la competività della loro industria. D’altronde la furia di chi vorrebbe spaccare tutto la si ritrova nell’ubriachezza e nella nevrosi dei lavoratori emigrati dal Nord italiano più che nell’insoffernza dei meridionali che stanno soddisfacendo, per la prima volta nella loro storia, bisogni elementari. Il protagonista di “Noi lazzaroni” dunque è convinto che le cose siano mutate in meglio nel Sud e che nessuna nostalgia del passato abbia legittimità e che magari illegittime sono le reazioni di chi grida allo scandalo del nuovo costume morale. Sa pure però che ancora si è ottenuto troppo poco rispetto a quello che non basterebbe ma comunque sarebbe urgente e indispensabile avere subito. Il Meridione di Strati dà l’impressione di desiderare una società che è nelle possibilità della storia secondo realismo e non appartiene al fortuito la circostanza che quando il figlio diciannovenne del protagonista si dedica al mercato della mano d’opera, il lazzarone emancipato ossia il padre scappa ancora dalla Calabria, ma stavolta senza saperlo, essendo il danno irreparabile, dove andrà. La destinazione non può essere più il Nord, semmai la narrativa di un lirico scrittore che ha sempre abbondato in “linee di fuga”.

Emanuele Porcelluzzi

Categorie: Cultura

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