Il Portogallo, dopo la rivoluzione dei Garofani del “1974 e con la successiva legge del “1978, istituì la magistratura del pubblico ministero come un organo autonomo e separato dai giudici, introducendo due Consigli superiori della Magistratura: l’inquirente e il giudicante. Nel dibattito che accompagnò tale trasformazione furono i magistrati progressisti a sostenere la linea della separazione netta tra le due carriere perchè la carriera unica veniva identificata, giuridicamente e culturalmente, con il regime autoritario da poco caduto. E’ assai curioso che in Italia sia indicata, come progressista, anche se in larga parte della sinistra, la posizione di chi difende l’unicità delle carriere, addirittura, di stampo napoleonico. Il mito della carriera unica è stato sinora imposto dalla magistratura associata, ma oggi richiede un’attenta riflessione in tutte le aree culturali del paese. Tanto è vero che non occorre essere dei liberal estremisti per comprendere che la funzione d’accusa e quella di giudizio richiedono imparzialità, ma solo “il giudice” deve essere terzo, come detta l’art. 111 della Costituzione. Il “giudice” diviene partecipe della pur legittima cultura inquisitoria del pubblico ministero, perdendo,così, una reale funzione di controllo che dovrebbe spettargli ed esercitare sulle richieste di arresto, d’intercettazione e di proroga delle indagini da parte del pm. In tal modo, accusare e giudicare divengono due sottofunzioni dell’autorità giudiziaria, il che può comportare anche delle anomalie. E’ piuttosto frequente, invece, che sia “travasata” nel giudice una sorta di cultura dell’inquisizione che lo porta a divenire partecipe delle esigenze di difesa sociale del collega pm, abdicando, seppure involontariamente, al controllo severo sulle istanze dell’accusa. In tal modo si incrina la funzione dialettica del processo che si fonda, tra l’altro, sulla pari autorevolezza istituzionale tra l’accusa e la difesa. Il paventato pericolo di un pm, superpoliziotto o troppo potente, è il precipitato giuridico dell’assenza di reali controlli sull’organo d’accusa da parte del collega “giudice”, che sarà il vero ed effettivo antidoto alle eventuali e possibili derive della funzione accusatoria. Ai sostenitori della sottoposizione del pm all’esecutivo va detto che si assisterebbe ad una contradditorietà, costituita da un pm troppo potente e, nel contempo, debole perchè collegato ad opzioni politiche o partitiche. Le garanzie di un Csm dei pubblici ministeri e uno statuto di autonomia dall’esecutivo, previsto nella Costituzione, rafforzerebbero l’indipendenza dell’organo, ovviamente nei limiti delle sue funzioni, sulle quali il controllo di un “giudice” terzo sarebbe finalmente effettivo.
Emanuele Porcelluzzi
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