IL BIANCO E IL ROSSO di Emanuele Porcelluzzi

POVERTA’ E PRECARIETA’: NON CHIAMIAMOLE SENSAZIONI

6 Marzo 2010 · Nessun commento

Dieci anni fa, passato il Capodanno del ‘2000, iniziava la crescita della finanza che moltiplicava le rendite; la “new economy”, negli Stati uniti, moltiplicava prodotti e servizi mentre l’Italia sottoposta ad una cura dimagrante per l’entrata nell’Unione economica e monetaria europea - consistente nei tagli di spesa pubblica, riduzioni di debito, privatizzazioni - apettava la propria porzione di benessere e invece  arrivava la crisi finanziaria e la recessione più grave degli anni trenta. Al ristagno della produttività, causata dalla crescita lenta e parallela sia del prodotto  che dell’occupazione, si sono aggiunti, nel decennio, circa due milioni di posti di lavoro dipendente, ma tutti lavoratori a termine, con quote crescenti di donne e lavoratori immigrati. Nel frattempo si indebolisce l’industria a motivo del fatto che il valore della produzione rimane immutato nel decennio. Poi la precarizzazione del lavoro e lo spostamento verso settori a bassa produttività provocano effetti pesanti anche sulla dinamica dei salari. Accade che le imprese riducono gli investimenti, non aumentano la produttività e cercano di essere competitive sui mercati internazionali col ricorso alla riduzione dei costi e dei salari e alla precarizzazione del lavoro. Di conseguenza i consumi non crescono, e la domanda, con gli investimenti  e una spesa pubblica anch’essa congelata, si affida solo alla crescita delle esportazioni, che a sua volta è fortemente limitata da una produttività immobile. Ne consegue che la domanda non cresce e con essa ristagna la produzione. I dati dello scudo fiscale sui capitali, esportati illegalmennte, mostrano che una parte importante di rendite e profitti è stata impiegata per speculazioni all’estero, riducendo le risorse per gli investimenti delle imprese, privilegiando  così i nuovi impianti produttivi all’estero, soprattutto nell’Europa dell’est, mortificando, in tal guisa, le capacità  produttive nazionali e, non è un caso, che la Fiat produce oggi più auto in Polonia e in Brasile che non in in Italia. I salari bloccati, i lavori peggiori e precari spingono in basso  i redditi  dell’80% degli italiani. La  liberalizzazione dei capitali, gli stipendi d’oro per i manager e l’evasione fiscale creano spinte in alto per i redditi dei pochi ricchi. Gli effetti dell’impoverimento si fanno sentire subito, tanto è vero che, nel “2007, un terzo delle famiglie italiane , quasi la metà al Sud, dichiara di non riuscire ad affrontare una spesa imprevista di circa 700 euro e a risparmiare nulla del proprio reddito. Le cattive notizie,purtroppo, non finiscono qui, perchè, nel 2009, le entrate tributarie registrano, per la prima volta,  un calo in valore assoluto, causato dalla recessione e dall’evasione. Quindici anni di tagli alla spesa,  la riforma delle pensioni e l’avvio delle privatizzazioni non hanno lasciato traccia. Nonostante l’alta propensione del paese al risparmio, oltre la metà del debito pubblico italiano è ora nelle mani di investitori stranieri, che, appena si manifestano segnali di crisi, spingono al rialzo i tassi d’interesse, aggravando i conti pubblici e i conti con l’estero. La debolezza del sistema produttivo, la redistribuzione dai poveri ai ricchi, il peso della finanza e la minaccia del debito disegnano il declino del paese.

Emanuele Porcelluzzi

Categorie: Attualità

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