Quasi tutta la letteratura dei primi anni cinquanta o sessanta dell’Ottocento, se si esclude l’0pera di due grandi come Leopardi e Manzoni, altro non è che un copioso documento di passione nazionale, una fervida battaglia combattuta con lo scopo, palese o sottinteso, di ridare al nostro paese la libertà e l’indipendenza, o, almeno, la dignità che le altre grandi nazioni europee avevano già raggiunta. Si tende così ad uscire dal lungo isolamento, da una certa grettezza provinciale e da un conservatorismo che, troppo a lungo, avevano imperversato, nonostante il forte impulso all’ascesa che era stato impresso alla nostra cultura dall’Illuminismo settecentesco. La passione civile e patriottica che caratterizza questa età, spinge a riguardare nel passato onde ricavarne lo stimolo per un migliore avvenire, e offrire agli Italiani una coscienza più chiara della loro tradizione e dei fini da raggiungere. Questa idea romantica ha, inoltre, provocato il bisogno di conoscere lo svolgimento storico dei popoli mediante lo studio coscienzioso e pacato di tutte le manifestazioni che tale svolgimento accompagnano. Di quì l’importanza che viene data alla filosofia e alla filologia, in grado insieme di poter fornire la conoscenza esatta dei fatti storici, tratta dalla ricerca e dalla valutazione dei documenti e delle fonti, negli anni che vanno dal 1820 al 1848, e il periodo della storia che ora viene studiato, con maggiore interesse, è quello medievale. Il piemontese, Massimo D’Azeglio (1798-1866), uomo politico insigne, fervido patriota, pittore e autore di romanzi storici noti, rivela il suo intento educativo, nell’opera autobiografica “I miei ricordi”, in cui non espone soltanto un episodio, bensì tutta la sua esistenza. E in ciò è da vedersi riflesso il temperamento dell’autore ossia la sua geniale versatilità, la sua disinvoltura di aristocratico un poco bizzarro, pieno di molte curiosità e bramoso di varie esperienze. Il D’Azeglio si propone di formare il carattere degli uomini del suo tempo e delle generazioni che verranno. La sua lezione non ha la presunzione che è proprio dei moralisti, perchè il suo sentenziare, garbato e sereno, nasce da un solido e ricco fondo di buonsenso, quello di un gentiluomo e, soprattutto, di un galantuomo. Ora che s’è fatta l’Italia, occorre fare gli italiani: questo è il monito di tutta l’opera. Un intento più scopertamente incitatore e politico si avverte in “Ettore Fieramosca ossia la Disfida di Barletta”, quest’ultima, riscoperta come episodio dal D’Azeglio, che ammise di non essersi preoccupato di andare alle fonti storiche per accertarne l’attendibilità, perchè desiderioso di ridestare alti e nobili sentimenti nei cuori degli italiani. Dopo qualche anno il D’Azeglio si cimentò con un secondo romanzo storico, che non ripetè il succcesso del primo nonostante si fosse documentato in maniera minuziosa. Il re Vittorio Emanuele II, dopo la sconfitta di Novara, lo nominò Presidente del Consiglio dei Ministri, e, nel 1852, gli successe il conte Camillo Benso di Cavour, il tessitore dell’unità d’Italia.
Emanuele Porcelluzzi

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