Leonardo Sciascia, dopo il progressivo abbandono dello scenario isolato del “Giorno della civetta”, uno dei due gialli dello scrittore, può farsi forte di una straordinaria competenza antropologica e di una conoscenza profonda di quel sicilianismo che costituisce, appunto, il terreno di coltura della mafia. Un mutamento d’ambientazione spiegabile con la convinzione che la Sicilia si fosse fatta metafora dell’Italia tutta e che la linea delle palme fosse ormai salita a Nord. L’idea di giallo, in Sciascia, pare evolversi di pari passo col giudizio che egli dà sulla società italiana, un giudizio sempre più sconfortato, sempre più disperato: nel senso che la verità gli si rivelerà tanto più inafferrabile, quanto più irredimibile si dimostrerà il sistema di potere che su quella verità dovrebbe misurare la sua qualità. Per capire fino in fondo come Sciascia abbia interpretato questo suo impegno di autobiografo converrà soffermarci sul suo libro più clamoroso: L’affaire Moro. Lo scrittore si rapporta alle lettere dello statista approdando a una verità oggi ovvia, quella dell’autenticità di quei documenti, ma che allora venne negata da tutti o quasi, i protagonisti della scena politica e culturale. Per Sciascia, invece, il politico Moro è geniale perchè ha inventato un più rigoroso, quasi scientifico non dire, e la trovata delle convergenze parallele, che non significano assolutamente niente , nè nella logica astratta nè in quella delle cose concrete. Una condanna politica e culturale che, nel tragico e spietato contesto della morte, si carica di complicate rifrazioni, tese a svelare l’atroce e dantesco contrappasso, toccato al Moro prigioniero delle Brigate Rosse, che, nel tentativo di comunicare con i suoi colleghi e amici di partito, si vede costretto a dire col linguaggio del non dire, a farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire. Ma a questo punto, con la prigionia e la morte, tutto sembra mutarsi. Il politico che aveva forgiato il linguaggio del potere si ritrova violato nella sua stessa identità linguistica, come misconosciuto. Per quegli uomini politici che, alla stregua di maschere della perpetua tragedia del Potere, ne hanno profondamente bisogno, e che quel linguaggio ora disconoscono, non ritenendolo proprio del vecchio leader prigioniero, quando leggono le sue lettere inviate dal carcere brigatista. Il Moro recluso, di cui si celebrano le grandi virtù di statista, mentre lo si ritiene, in quelle lettere, addirittura incapace di intendere e di volere. Il Moro che si monumentalizza, mentre, di fatto, lo si lascia morire. Tragedia, o piuttosto farsa, che ha come protagonisti anche quei brigatisti, che si fanno, in maniera grottesca, interpreti di un’etica carceraria apparentemente libertaria. Uno scenario di drammatica e disperante collusione tra forze che si rappresentano come antagoniste, ma che insieme concorrono all’allucinante fantasmagoria del potere.
Emanuele Porcelluzzi

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