IL BIANCO E IL ROSSO di Emanuele Porcelluzzi

“LA PAROLA CI FA UGUALI”:IL PENSIERO DI DON MILANI, UN GRANDE PRETE POLEMISTA

5 Febbraio 2010 · Nessun commento

Don Milani non suscitò inchieste giornalistiche, ma seppe scuotere il mondo della scuola e degli operatori culturali, al punto da provocare un cambiamento nel modo di concepire l’insegnamento della lingua, le sue finalità e i suoi metodi. “Lettera a una professoressa” (1967) è l’opera che ha contribuito a diffondere le sue idee, stilata a più mani con i ragazzi della scuola di Barbiana, nonchè violento atto d’accusa nei confronti di una scuola classista. Don Milani è mosso dalle concrete esigenze della sua prassi pastorale: ciò che più gli interessa non è la lingua in sè come fenomeno sociale, ma il parlante nelle sue condizioni reali di povertà linguistica. Ne discende che la povertà linguistica fa sì che i contadini e i montanari siano esclusi da tutti “gli interessi degni di un uomo” ( interessi civili, politici, culturali, religiosi), per cui sono esposti alla disinformazione, al raggiro, alla soggezione nei confronti di chi sa parlare meglio di loro: il padrone, il propagandista politico, il commerciante. “Finchè ci sarà uno che conosce 2000 parole e uno che ne conosce 200, questi sarà oppresso dal primo. La parola ci fa uguali”. Così gli allievi di don Milani sintetizzarono l’essenza del suo pensiero. Per lui i poveri devono far propria la lingua dei ricchi, che è l’unico elemento valido della cultura borghese, perchè solo allora essi potranno esprimere, in maniera adeguata, i propri valori. La lingua è vista come uno strumento neutro anzi che come lo specchio di una determinata concezione del mondo. Don Milani non si pone neppure il problema di quale lingua bisogna insegnare ai poveri, perchè operando nell’ambiente rurale toscano non avverte la distanza tra lingua e dialetto , e di conseguenza si concentra sull’obbiettivo  di un più vasto e sicuro patrimonio lessicale (2000 parole invece di 200, sempre nell’ambito dello stesso codice linguistico). Egli percepisce, con acume, la distanza che separa la lingua dell’uso dalla lingua letteraria che si insegna nelle scuole, tanto è vero che ai suoi ragazzi preferisce insegnare la lingua attraverso i giornali, avendo constatato che gran parte del mondo contadino e operaio  non è in grado di comprendere i messaggi trasmessi dai mezzi di comunicazione di massa. Ciò non significa però che bisogna usare con i poveri un linguaggio inferiore, rinunciando al loro arricchimento lessicale, per cui un giornale o un libro scritto per i poveri dovrebbero proporre un linguaggio tutto facile, costellato di vocaboli difficili, ma accuratamente distanti l’uno dall’altro e inseriti in contesti che ne favoriscano almeno l’intuitivo apprendimento. La validità del pensiero di Don Milani risiede nell’idea della centralità dell’insegnamento linguistico nell’istruzione di base, perchè bisogna sfiorare tutte le materie un pò alla meglio per arricchirsi la parola, ai fini di essere dilettanti in tutto e specialisti solo nell’arte del parlare. Le sue opinioni sono state accolte e rilanciate dal mondo della ricerca universitaria, e tramite questo hanno influito, in sede politica, sui programmi di riforma della scuola media inferiore nel 1979 e delle elementari nel 1985. Il movimento per l’Educazione linguistica democratica, ispiratosi a Don Milani, ha contestato la pedagogia linguistica tradizionale per l’inefficacia dei suoi  metodi  e per il suo carattere classista. Le idee-guida dell’educazione linguistica democratica sono il riconoscimento della centralità per i dialetti, le lingue minoritarie e le diverse varietà  d’uso dell’italiano, l’importanza attribuita alle abilità linguistiche ossia la capacità di comprensione e di produzione di messaggi sia orali sia scritti. Il fine dichiarato dell’educazione linguistica è l’adempimento del dettato costituzionale (artt. 3 e 6), che impone di rimuovere gli ostacoli, anche linguistici, che rendono difficile la partecipazione di tutti i cittadini alla vita del Paese.

 

Emanuele Porcelluzzi

Categorie: Cultura

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