IL BIANCO E IL ROSSO di Emanuele Porcelluzzi

NEGLI ANNI ‘70, I NARRATORI CALABRESI VINCENZO GUERRAZZI E VINCENZO BONAZZA, SONO DEFINITI “SELVAGGI”

3 Febbraio 2010 · Nessun commento

Perchè appartengono a una stagione letteraria diversa, che però è esemplare connotato degli anni Settanta, ove si registra un ritorno di realismo, anzi d’iperrealismo, e in cui, gli emigranti, per lo più calabresi, che più meridionali ed emarginati di loro è quasi impossibile, sono i personaggi privilegiati della letteratura d’avanguardia di quegli anni e sono loro per antonomasia gli scrittori selvaggi.

Per dirla un pò da selvaggi, Guerrazzi o il protagonista della sua narrativa, fatto a propria immagine e somiglianza, si va a chiudere nel cesso della fabbrica. Lì si scrive un tipo particolare di letteratura: le scritte sui muri. E’ il momento della verità, quando l’operaio dice liberamente quello che effettivamente desidera: giocare o vedere di giocare il calcio, oggetto di maggiore passione che non il partito, e fare la rivoluzione che il partito non gli ordina. Lì però, nel cesso,  può essere veramente lui, libero da censure di ideologia e di linguaggio, sboccato, furioso, e, addirittura, voglioso di rompere tutto, a cominciare dalla fabbrica in cui riesce a sentirsi se stesso soltanto quando si isola nel cesso, emblema puzzolente dell’emarginazione, i cui muri sono la carta igienica sulla quale scrivere la storia recente dell’operaio, sovrano scornato a cui è stato detto che non solo non avrà tutto e subito, ma che non l’avrà mai. Nel romanzo ” Nord e Sud uniti nella lotta “, Guerrazzi sembra limitarsi a disporre l’una accanto all’altra le battute o le scritte, per lo più nei cessi, con le quali gli operai dicono cosa sono e cosa vogliono, dicendo cose che smentiscono la mitologia operaia dell’Ottocento, dei partiti e dei sindacati. Questi operai sono il presente più duramente coinvolto nel lavoro e nello sfruttamento, e sono anche il futuro che ha la possibilità di essere diverso e migliore, solo se si decide di avviarlo  da questo basso presente che è la condizione di molti altri, oltre che degli operai. Questa letteratura scritta sui muri del cesso. di cui  Guerrazzi si è fatto  l’amanuense, diviene una forma di comunicazione  insostituibile, positiva e non solo contestativa nonchè un nuovo linguaggio letterario, di cui si perderebbe la qualità e il senso, se qualcuno tentasse di civilizzarlo. Guerrazzi è sempre all’attacco, con ira e sarcasmo e furiosa comicità, a criminalizzare un pò tutti, tranne gli operai e i meridionali, meglio se operai meridionali, che per lui sono la quintessenza del lavoro sfruttato. Guerrazzi è uno scrittore elementare, ansioso quanto il suo protagonista. E’ un narratore che annota sulla pagina fatti e sogni, la rabbia accanto al candore, la sublimazione per un evento basso, tant’è che la sua struttura compositiva ricorda più il sogno che non la realtà. Vincenzo Bonazza titola il suo romanzo: Lemigrante, senza apostrofo. E’ un libro fatto di suoni, quelli con cui comunicano i nostri emigrati, spesso privi di una lingua per lo meno scritta. Parlano soprattutto di sesso e di quel poco di politica elementare che trascinano nei loro discorsi; c’è quanto basta per intendere che ce l’hanno coi padroni. Il romanzo di Bonazza emigra, emarginato, anche rispetto alla politica; o meglio è andato all’estero per evitare la politica italiana, quella politica realistica, che si è adattata a una logica in cui l’emigrazione risulta legittimata. Gli emigranti di Bonazzi non si illudono di progredire verso i livelli più alti della normalità, però sono lì pronti a cambiare qualcosa, perchè la loro stessa povertà è garanzia di assenza di indugi. Il loro riscatto è realistico solo se si mantiene in basso e non progetta masse di eroi.

 

Emanuele Porcelluzzi

Categorie: Cultura

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