L’ interessante collezione narra la storia dell’artigianato italiano dall’antichità all’età moderna, di cui si ha notizia, sin dal 1931, quando un critico d’arte assai stimato, Eugenio Garzolini, scrisse, sul quotidiano di Trieste “Il Piccolo”, un lungo e interessante articolo dal titolo:”Ferdinando Cafiero, insigne collezionista”. Tra l’altro, si leggeva:”Innumerevoli sono le collezioni che conosco a Firenze e in molte altre città d’Italia e dell’estero; ma nessuna di esse mi ha conquistato del tutto per la sua originalità e per il suo insieme poderoso e omogeneo”. Ancora, nel maggio del 1935, un redattore del giornale di New York “Il progresso italo americano”, visitò il Museo Cafiero e ne fu molto entusiasta tant’è che scrisse testualmente:”Andare a Firenze e non vedere la collezione di Ferdinando Cafiero è come andare a Roma e non vedere il Papa. Ma a Roma è il Papa che benedice voi, a Firenze siete voi che benedite Ferdinando Cafiero, uno dei collezionisti più dotti e geniali che vanti la città del giglio. E’ la più bella ed istruttiva passeggiata storica, artistica e archeologica insieme che io abbia mai fatto”. Non molto tempo dopo, il 10 ottobre 1936, in una solenne cerimonia svoltasi nella sala consiliare del Palazzo di Città, Ferdinando Cafiero donava alla città di Barletta la sua collezione pregiata e rara. Contestualmente il governo d’allora concedeva i fondi richiesti per restaurare i locali del secondo piano dell’edificio di San Domenico, ove sarebbe stata trasferita la Galleria De Nittis e la Pinacoteca comunale mentre il Museo Cafiero sarebbe stato allogato al primo piano. In un secondo tempo, si decise che il Museo Cafiero sarebbe stato collocato, al secondo piano, in locali adatti allo scopo e non relegato, dopo una non saggia decisione della commissione di vigilanza al Museo e Pinacoteca, nelle sale del Castello Svevo poco adatte a conservare una così pregevole collezione. A metà luglio del 1937, giungeva a Barletta da Firenze la collezione, raccolta in due vagoni ferroviari e qui si noti la numerosità dei pezzi. Nel medesimo mese, il donante scriveva al prof. Michele Cassandro, protagonista di questo avvenimento, una lettera in cui affermava che sarebbe stato tranquillo e soddisfatto nel momento in cui avesse visto ogni cosa al suo posto e secondo il criterio con cui la collezione era andata formandosi. Aggiungeva che ove tale criterio non sarebbe stato rispettato, tutto l’insieme avrebbe perso un rilevante valore.
E’ opportuno evidenziare l’importanza della collezione, citando alcuni dei pezzi più pregevoli: il famoso grande quadro, a pittura, del Simonini che rappresenta la battaglia di Mustafà; numerosi originali disegni dell’Allori e del Caravaggio; un Putto di Michelozzi, allievo di Donatello; una testina, tutta a tondo, scolpita dal Cellini e comprata da Ferdinando, nel ‘1928, a peso d’oro; strumenti di medicina, di chimica e di tortura, tutti in ferro battuto. Una cintura di castità, di cui l’altro esemplare si conserva nel Museo di Louvre. Un’originale pergamena con la quale l’Arcivescovo di Pisa, Ruggeri degli Ubaldini (di cui parla Dante nel canto 33° dell’Inferno) nomina suo familiare Messer Buonaccorso, nobile ghibellino. Non si possono citare tutti i pezzi sia per ovvie esigenze di spazio ma soprattutto per la carenza di accertamenti, che ora si stanno compiendo, per cui si presume che la collezione sia composta di circa ottomila pezzi. Ferdinando Cafiero donò anche alla città di Barletta degli ori di un pregio e di un valore inestimabile. Tanto è vero che questi ori etruschi destarono tanta meraviglia da indurre il Maragià Park War di Baroda, di passaggio per Firenze nel ‘1935, ad offrire a Ferdinando Cafiero una somma di denaro che avrebbe tentato qualsiasi altro collezionista. Tra questi gioielli spiccavano gli orecchini, di cui si temè la scomparsa. “Mai esistiti”, fu scritto in una pubblicazione locale d’allora. L’asserzione del “Mai esistiti” fu smentita clamorosamente dalla vedova Cafiero, la quale affermò che gli ori etruschi e altri oggetti preziosi erano stati posti, in presenza del donante e sua, in un cassetta. A questo punto il fatto si tinse di giallo, ma il prof. Michele Cassandro, incaricato di mettere in ordine la donazione che giaceva alla rinfusa in due o tre stanzette, coperta da uno spesso strato di polvere, rinvenne, per puro caso e per la buona pace di tutti, in una cassapanca due valigie di forme e materia non comuni. La prima delle valigie era aperta e vuota, la seconda era chiusa e, non trovandosi più la chiave, fu aperta con un punteruolo e vennero fuori gli orecchini etruschi, mai esistiti secondo la pubblicazione locale dell’epoca. E’ presumibile che la collezione sia stata decimata a causa dell’opera nefasta di uomini senza scrupoli, che hanno potuto agire impunemente perchè protetti dal turbinio degli avvenimenti bellici del “43. Se quanto paventato sia accaduto, la responsabilità è imputabile alle autorità di quel tempo, che non provvidero a redigere l’inventario, a cui fu posto mano solo alla fine degli anni cinquanta e ripreso solo da poco tempo. Ferdinando Cafiero sosteneva che la sua collezione avrebbe potuto subire danni nella circostanza di un suo trasferimento sia nel Castello Svevo sia nel palazzo Fraggianni, perchè entrambi molto vicini al mare. Nell’atto di donazione, si legge la seguente clausola, dettata dal donante:”Allocare e custodire la collezione negli appositi locali già designati, procedere alla sistemazione di essa, catalogarla, organizzare il servizio necessario per dare la possibilità ai cittadini barlettani e agli studiosi di Storia d’Arte di visitare e conoscere la collezione medesima. Dopo aver citato la suddetta clausola, è quasi d’obbligo concludere con una lapidaria e sferzante frase, apparsa su una pubblicazione locale “Il Buonsenso”, il cui autore però non firmò il suo articolo, e scrisse:”Il suo gesto gli costò amarezze e delusioni per l’ingratitudine degli uomini e la forza delle circostanze”.
Emanuele Porcelluzzi
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